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Toni Negri e Pablo Iglesias: dite qualcosa di sinistra!

04/06/2015

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L’intervista di Pablo Iglesias a Toni Negri nel programma televisivo spagnolo La Tuerka conferma ciò che era prevedibile sentirgli dire, ma permette comunque di sviluppare qualche riflessione a riguardo. Consigliamo di vederla tutta, prima di leggere questo articolo.

Diciamo "ciò che era prevedibile", perché Negri aveva già espresso la sua posizione su Podemos, che in sintesi consiste nel caratterizzare questa forza come riformista, e allo stesso tempo nel consigliare ad essa di dare impulso a "contropoteri sociali" e a un processo "costituente" dal basso.

E sebbene le parti più interessanti dell’intervista riguardino la vecchia militanza di Negri, il vero contenuto è costituito proprio dalle sue posizioni attuali. E così Iglesias può mostrare che il suo "populismo" ha il supporto del Papa dell’Autonomia, e in questo modo rafforzare l’idea per cui Podemos è l’espressione genuina del movimento degli Indignados.

Nonostante il carattere chiaramente "strumentale" dell’intervista nella strategia elettorale di Iglesias, è possibile affrontare alcuni elementi utili non tanto per discutere le posizioni del leader di Podemos, ma per analizzare meglio il corso di Toni Negri e le sue posizioni attuali.

Attraverso tutto il suo lavoro teorico, Negri ha progressivamente radicalizzato un’idea che stava alla base dell’operaismo, cioè che la modernizzazione e le riconfigurazioni del capitalismo sono il prodotto della lotta operaia, e non viceversa, come riteneva un certo "automatismo" socialdemocratico. Secondo questa idea, per Negri il "precariato" non è soltanto una politica del neoliberalismo per togliere diritti alla classe lavoratrice, ma anche, in qualche modo, una risposta al rifiuto operaio dello sfruttamento di fabbrica. Oppure la famosa idea secondo cui "la moltitudine ha evocato la nascita dell’Impero" [1] , che Bin Laden seppe far entrare in disgrazia prima che George W. Bush entrasse in carica.

In questo contesto, animato a sua volta dall’idea deleuziana-althusseriana di costruire un materialismo senza dialettica, passando dall’operaio massa all’operaio sociale e poi alla moltitudine, Negri ha approfondito la posizione della relazione fra capitalismo e classe operaia in termini di esternità(alla quale fa riferimento nell’intervista quando menziona David Harvey e la teoria dell’"accumulazione per espropriazione"), ben illustrata in un recente articolo sullo "sciopero astratto".

La conseguenza teorica e strategica di questa esternitàradicale è un ritorno del riformismo e del programma minimo. Sebbene questa affermazione possa sembrare esagerata, non per questo cessa di essere vera.

Il fatto è che la confusione creata da Negri tra rapporti di classe e dominio politico, ritenendo "superata" la vecchia forma di sfruttamento capitalista e considerando il ruolo dei padroni come essenzialmente politico, crea l’illusione che il meccanismo di sfruttamento possa essere sconfitto con mezzi che cambiano la politica senza cambiare le relazioni sociali (relazioni sociali che non devono far altro che semplicemente sviluppare ulteriormente l’autonomia del lavoro astratto liberato dal comando capitalista), come il reddito universale di cittadinanza.

Ed è da questa posizione che, in contrasto con qualsiasi tradizione immanentista, lo stesso Negri cade in un grossolano dualismo, che si combina perfettamente con una postura "progressista": l’autonomia di base dal basso incoraggiata dall’alto da un riformismo correttamente inteso. L’esempio è quello di... Roosevelt.

L’affermazione secondo la quale l’esperienza latinoamericana dell’ultimo decennio "dimostra" il superamento dello Stato nazione, dal momento che la "collaborazione" dei diversi paesi avrebbe evitato che le multinazionali fossero coinvolte nello sviluppo economico, si può considerare uno scherzo di cattivo gusto per chi vive da quel lato del mondo. Primo, perché le multinazionali (in diversa misura) hanno fatto i loro affari durante il "decennio vincente" dell’America Latina, e in generale hanno continuato a determinare l’economia dei Paesi. E secondo, perché l’integrazione non è passata per nient’altro che accordi politico-commerciali, che oggi attraversano una crisi (ALBA-Mercosur).

Negri ripete più di una volta che il suo pensiero "è profondamente istituzionale", perché - chiarisce - "noi non siamo mai stati anarchici". E tuttavia, nonostante il fatto che egli dica che ciò che fu alla base della esperienza dei Quaderni Rossi e dei gruppi operaisti seguenti fu la sensazione di una profonda autonomia di base, egli non propone nessuna "istituzione" della democrazia di base, siano consigli di fabbrica, coordinamenti di luoghi di lavoro, soviet, assemblee popolari, territoriali, o qualunque altra. Esse rimangono solo come un’espressione del passato.

La cosa più simile ad un’istituzione alla quale Negri fa riferimento (oltre ai governi "progressisti") è il tipo di coalizione ampia dello stile di Podemos (che "sfortunatamente in Italia non esiste").

In questo modo, la "potenza della moltitudine", che non ha bisogno di "mediazioni tradizionali" come partiti e programmi rivoluzionari (ma può ben servirsi di "necessari" leader mediatici) finisce per essere, per dirla con termini un po’ argentini, la "colonna vertebrale" di un movimento in cui la "testa" è costituita dagli intellettuali postmarxisti che postulano lo Stato nazionale come agente del cambiamento storico. Detto nei termini di Negri, "una buona interpretazione del riformismo, non della rivoluzione".

  • NOTAS
    ADICIONALES
  • [1pag. 55 di "Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione" (M. Hardt, T. Negri, Rizzoli, Milano 2002)

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